MACRON-FINCANTIERI, LUIGI BISIGNANI: “GENTILONI, ALFANO, RENZI E CALENDA? SIAMO AI LIVELLI DI 4 AMICI AL BAR” – VIDEO

Caro direttore,

Cossiga amava dire che «ad atto di guerra si risponde con atto di guerra», mentre Andreotti chiosava che «di guance ne abbiamo solo due e dopo il secondo schiaffo bisogna rispondere adeguatamente». Ma era la Prima Repubblica. Oggi osserviamo, come direbbe Gino Paoli, quattro «amici al bar», Gentiloni, Alfano, Padoan e Calenda, trasformarti in punching ball dal banchiere filo-tedesco Macron.

Tralasciando Parmalat, acquistata con dote milionaria dai francesi di Lactalis, e gli interessi incestuosi transalpini di Mediobanca con Generali, l’Eliseo ci ha rifilato due clamorose sberle siglando, a nostra insaputa, un accordo sulla Libia e riprendendosi i cantieri navali Stx che Fincantieri si era aggiudicata con l’ok dello stesso Macron, allora ministro dell’Economia, il quale, evidentemente, non era un europeista convinto ma voleva solo acquisire consensi in campagna elettorale.*

In altri tempi, un premier vero come Craxi avrebbe certamente convocato un gabinetto permanente di crisi e avrebbe dato una risposta dura, infischiandosene se la Francia ha il potere di veto all’Onu e possiede un armamento nucleare. Ma si sa, politica industriale non c’è più mentre le nostre aziende pubbliche nella seconda Repubblica, a parte forse il breve periodo di interregno di Romano Prodi, sono senza guida politica, senza alcuna strategia comune e appaiono come «navi senza nocchiere in gran tempesta», per scomodare il sommo Poeta.

(Ovviamente da questa parte noi ci dissciamo! Prodi ha concorso a svendere pezzi dell’Italia, altro che chiacchiere… Allo stesso modo non auspichiamo mai un ritorno al periodo craxiano per un paio di moviti semplici. Se da un lato è vero che i politici della prima Repubblica erano “più patriottici” è anche vero che rubavano come “i matti” o corrompevano o erano concussori. Dunque, se si è arrivati a svendere il made in Italy è anche per causa loro. Immaginate quanti soldi sono finiti nelle tasche di costoro e quanto è costato in surplus agli italiani quel periodo. Se avessero agito anche in maniera etica e profesionale, allora oggi avremmo un’ economia, forse, anche più florida di quella tedesca. )

Dopo lo smacco, sarebbe stato opportuno che la Farnesina convocasse a Roma l’ambasciatore italiano a Parigi senza attendere l’arrivo di un inutile ministro francese. L’innocuo Padoan, invece, potrebbe estromettere le banche francesi dall’elenco degli “specialisti” del debito pubblico italiano – una vera cuccagna in cui figurano Bnp Paribas, Crédit Agricole e Société Générale – mentre la Cassa Depositi e Prestiti potrebbe dire che la rete telefonica in capo a Telecom è strategica e va subito nazionalizzata.

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Vincent Bolloré, colpito nel portafoglio per la minusvalenza che si produrrebbe sui bilanci, si rifarebbe subito su Macron, che diventerebbe “Micron” e tornerebbe a cuccia. La Mogherini, as usual, non pervenuta. (Su questo punto, invece ha ragione al 100%. Facendo così probabilmente si sarebbero ottenuto risultati migliori per l’Italia)

Da Wikipedia “Chi è Bisignani”

Luigi Bisignani (Milano, 18 ottobre 1953) è un faccendiere ed ex giornalista[1] italiano, ritenuto uno degli uomini più potenti d’Italia. Definito anche “manager del potere nascosto”.

Condanna nel processo Enimont

Nel 1993 la Procura di Milano chiede il suo arresto per violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti nell’inchiesta Enimont. Il 7 gennaio ’94 Bisignani viene arrestato. Nel 1998 la Corte di Cassazione conferma la sua condanna a due anni e sei mesi. [14] A seguito della definitiva condanna, nel 2002 viene anche radiato dall’Ordine dei giornalisti[16].
Inchiesta Why Not

Il suo nome compare nell’Inchiesta Why Not del pm Luigi De Magistris, ma il Tribunale del riesame di Catanzaro ha annullato tutti gli atti relativi al suo coinvolgimento.
Coinvolgimento nella inchiesta P4

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