“Così i partigiani stuprarono e uccisero questa bimba”: la storia infame che l’ANPI non vuole che sia ricordata con una sacrosanta lapide

Una delle storie meno conosciute riguardante gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale in Italia è quella di Giuseppina Ghersi, una 13enne che fu violentata e uccisa perché si trovava sul “lato sbagliato” della storia, ma non per questo non deve essere ricordata. La vicenda incominciò il pomeriggio del 25 aprile 1945 quando un gruppo di partigiani si presentarono a casa della famiglia Ghersi, proprietaria di un piccolo negozio di frutta e non avente simpatie per il regime fascista, per chiedergli del materiale di medicazione che viene dato senza problemi. Il 26 aprile, però i coniugi Ghersi vennero fermati da due partigiani armati, che li portarono al campo di concentramento di Legino, uno dei sette campi di concentramento istituiti dai partigiani durante la fine della guerra. In seguito vennero arrestati gli altri componenti della famiglia tranne la piccola Giuseppina, che in quel periodo si trovava ospite di amici.*

I due coniugi chiesero ai partigiani i motivi della detenzione e gli venne detto che si trattava di un semplice controllo, visto che avevano bisogno di interrogare la loro figlia visto che,anni prima, a seguito della vincita di un concorso nazionale scolastico aveva ricevuto una lettera dall’entourage di Mussolini per complimentarsi di ciò, come accadeva normalmente. Per questo innocuo episodio i partigiani garibaldini sospettarono che la bambina era una spia del regime fascista. Quindi, dopo aver manipolato i coniugi Ghersi per convincerli della loro buona fede, si fecero accompagnare dagli stessi per prendere la piccola. Ma, quando tornarono al campo di concentramento con la bambina, la stessa Giuseppina e la madre vennero stuprate e ripetutamente picchiate ed il padre della bambina fu costretto ad assistere agli atti di femminicidio commessi, e nel mentre venne torturato sadicamente.

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Durante gli abusi, i partigiani, non contenti di quello che avevano già rubato, chiesero più volte all’uomo di rivelare il nascondiglio dove era contenuto il denaro e altri beni preziosi. Dopo le violenze, i coniugi Ghersi vennero portati al Comando partigiano locale che li rinchiuse in carcere, mentre per Giuseppina si consumarono altri giorni di atroci sofferenze. Infine, il 30 aprile 1945, la bambina venne uccisa con un colpo di pistola e gettata su un mucchio di altri cadaveri davanti alle mura del Cimitero di Zinola.Un signore che passava nei dintorni testimoniò che: “Era un cadavere di donna molto giovane ed erano terribili le condizioni in cui l’avevano ridotta. Evidentemente avevano infierito in maniera brutale su di lei. L’orrore era rimasto impresso sul suo viso, una maschera di sangue con un occhio bluastro tumefatto e l’altro spalancato sull’inferno”. La storia di Giuseppina Ghersi è stata ricostruita nel dopoguerra grazie al padre, che il 29 aprile 1949 presentò al Procuratore della Repubblica di Savona un esposto di sei pagine.

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