“RENZI? AVETE NOTATO CHE…” RENATO FARINA, IL BRUTTISSIMO SOSPETTO SUI GIUDICI ITALIANI

A proposito della magistratura, anche stavolta, è fin troppo facile ripetere la musica dell’invasione di campo. Che noia, è una vita che interferisce. Usa la bilancia della giustizia con equità, ma poi, a causa delle pendenze della vita, le scivola costantemente il piatto destro sul cranio di Berlusconi e dei suoi soci al governo o all’opposizione. Stavolta è capitato alla Lega. Il sequestro dei conti correnti di questo partito è stato praticato con rapidità giamaicana. Anzi, altro che Bolt, il quale appare una tartaruga al cospetto dei pm di Genova. Costoro, senza aspettare né Corte di Appello né Cassazione, e neppure visionare le motivazioni della sentenza di primo grado, hanno provveduto a chiudere qualsiasi rivolo di euro per l’attività politica legaiola. Niente ghelli per la campagna refendaria di Lombardia e Veneto, dove il 22 ottobre si decide sull’autonomia delle due Regioni che prezzolano lo Stato unitario e dove il Carroccio è più forte. Bloccare i conti in una famiglia è la morte civile. Il padre disgraziato può però pur sempre rivolgersi alla Caritas, ma per la Lega sarebbe un’impresa piuttosto difficile.*

Insomma: la Lega è stata legata al palo. Non può muoversi, organizzare, pubblicizzare iniziative, stampare volantini, affittare palchi. E niente salari per i (pochi) dipendenti.

La visione di un Salvini in catene, ha slegato le inibizioni dell’altro Matteo. Renzi si è comportato come fanno i matti nei film comici alla notizia delle disgrazie del prossimo. Un’euforia da disperato. Ha detto: «Se c’è un partito che ha rubato soldi ai contribuenti quello è la Lega Nord. La Lega deve dare 49 milioni di euro del contribuente». Se no, che fa? Spezza il pollice a Salvini?

Alt! Nessun furto, anzitutto. Conviene chiarire la faccenda. La Lega ha ottenuto 49 milioni come rimborso elettorale per le elezioni del 2008: una cifra calcolata sul numero dei voti, non sui rendiconti delle spese. Belsito, il tesoriere della Lega, ha presentato alla Camera negli anni successivi bilanci, dove erano occultati investimenti in bot della Tanzania e acquisti di diamanti. Una truffa? Il Tribunale ha stabilito così. Ha condannato il tesoriere per questo reato. E per la stessa ragione anche Bossi è stato sanzionato con due anni e tre mesi di reclusione. Non per aver rubato, ma per responsabilità oggettiva, perché da segretario politico aveva controfirmato sulla fiducia carte bugiarde: c’è bisogno di spiegare che in quegli anni l’Umberto poteva far tutto meno che il contabile? In sostanza il denaro mal speso (secondo i giudici) equivale ad alcune centinaia di migliaia di euro, destinati soprattutto alle cure mediche di Bossi, bisognoso tuttora di assistenza. Nessuno ha sottratto 49 milioni ai contribuenti, salvo che si ritenga un furto l’attività politica di un partito.

La negazione del buon senso è palese. Tanto più quando i giudici interpretano la norma esigendo la restituzione dell’intera somma, perché l’uno per cento di quei soldi secondo loro è stato speso male. La decisione su come spenderli o la stupidità di farseli fregare da un tesoriere non può essere sindacata dai tribunali, ma è giudicata dagli elettori. E viene oltretutto a essere un precedente pericolosissimo. Peggio ancora: il sequestro dei conti, quando ancora si è ben lontani dal giudizio della Cassazione, equivale a una lesione insopportabile del gioco democratico.

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Questa ferita esigerebbe una larga intesa tra partiti nella difesa della loro autonomia. Sarebbe una risposta in nome della sovranità popolare a quei pm che manifestano spiccate attitudini a identificarla con se stessi. Invece veder impacchettare la Lega ha dato a Renzi le ali, diremmo quelle dell’avvoltoio, e in lui ha prevalso lo spirito di bottega: mors tua, vita mea. Senza capire che la prossima bottega a morire sarà la tua, o Matteo da Rignano. Sicuri che tutti i conti siano perfetti? Mah.

Ri-alt! Forse qui ci sbagliamo. I conti del Pd sono perfetti a priori. E se no, comunque – come già insegna la storia della valigetta dei soldi della tangente Montedison a Botteghe Oscure – i capi non c’entrano mai. A rubare e truffare sono i manutengoli. Renzi deve aver fatto mente locale ad alcuni avvenimenti precedenti a questi pasticci folkloristici della Lega, e di cui nessuno parla. Il tesoriere della Margherita, il senatore Lusi, dalle cui fila viene Renzi, ed era boy-scout come lui, si comportò con i finanziamenti pubblici come un’idrovora (13 milioni di ammanco), rispetto a cui Belsito è un dilettante allo sbaraglio.

Ricordate? La magistratura si fermò a Lusi. Giusto: era lui il ladro. Allora – più saggiamente – nessuno chiese la decapitazione del responsabile politico della Margherita, leggi Rutelli, uomo probo, che certo non aveva partecipato alla grassazione. Nessun leader di partito infierì. Oggi quel garantismo e quella salvaguardia del popolo elettore praticati verso sinistra dalla magistratura di Roma, sono stati rinnegati a destra dalle toghe di Genova.
Legano Prometeo Salvini, slegano Maramaldo Renzi.

Ci domandiamo se dinanzi a questo sfregio della partita democratica il capo dello Stato, che della magistratura è il vertice, abbia o meno qualcosa da dire.

Il grande Cossiga aveva il piccone, e l’avrebbe usato.

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